Giovanni CESCA

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L'ANTICA SERENA MERAVIGLIA DI GIOVANNI CESCA. OLTRE: IDENTITA' ALLO SPECCHIO
di Chiara Polita

 

 

È un tempio la Natura ove viventi
pilastri a volte confuse parole
mandano fuori; la attraversa l'uomo
tra foreste di simboli dagli occhi
familiari. I profumi e i colori
e i suoni si rispondono come echi
lunghi che di lontano si confondono
in unità profonda e tenebrosa,
vasta come la notte ed il chiarore.


(C. Baudelaire, Corrispondenze, vv.1-9 da I Fiori del Male, 1857)

 

L'incontro di Giovanni Cesca con i Veneti Antichi è incanto, è leggenda che si alimenta dalle forme stesse dell'arte per dialogare con un sogno patinato di storia e farsi vivo presente, quesito d'identità.
Come appunti di un taccuino di viaggio, come racconto antico tramandato da voce amica sisfogliano i suoi pastelli e carboncini, rivivendo l'emozione di un itinerario alla ricerca di se stesso: di un sé che è metamorfosi indistinta di storia e natura del proprio territorio, grembo ancestrale in cui forme, colori e conoscenze rinascono e sempre ritornano, come fiume sotterraneo, in un ciclo
eterno da scoprire, nostalgica fonte di certezze.
La ricerca di Cesca è arte che nasce dall'arte, nello specifico antica, narrata dalle testimonianze materiali della civiltà dei Veneti antichi. Bronzetti, stili scrittori, dischi votivi e lamine sbalzate sono vissuti dall'artista nella loro dimensione evocativa da cui scaturisce un sapiente gioco di associazioni emotive, stimolando una ricerca introspettiva che diventa percorso di conoscenza. E nel tempo della coscienza, che non ha durata, si annullano le distanze dei secoli: l'autore non sembra infatti vedere nei manufatti archeologici un'opera del passato, ma li sente già, così come erano allora, arte contemporanea, presente che vive di forme, segni e schemi ancora attuali e rintracciabili a tratti nel mondo circostante che irradia eterni ritorni.
Cavalli, guerrieri, alberi, acque, divinità sono gli stimoli visivi che, come simboli, suscitano l'attenzione dell'artista, rispecchiando al tempo stesso alcuni temi caratterizzanti del paesaggio del sacro dei Veneti antichi.

Cesca però non sceglie di essere sacerdote, ma moderno iniziato che si lascia vivere dall'esperienza intima ed avvolgente del mistero: da pellegrino intraprende quel sentiero, conscio di doverlo affrontare da solo e non svela risposte, ma condivide suggestive domande con l'osservatore, incidentale viandante che incontra quella visione e che desidera assistervi. Con la dolcezza sfumata del pastello e del carboncino, che assume l'indefinito del sogno, l'autore sussurra immagini e suggestioni destinate a restare vividi archetipi al risveglio. E come nei misteri, penetrare quel mondo di segni non è un dovere per chi osserva, è una scelta, è volontà che richiede costanza, libertà di fermare il tempo e di andare oltre a ciò che appare in superficie, come in uno scavo stratigrafico, facendo dell'opera un'archeologia dell'anima e della memoria. 
Così il ciclo sui Veneti antichi di Giovanni Cesca si propone come rebus emotivo, in cui la
possibilità di vedere da parte dell'osservatore è strettamente legata alla capacità e disponibilità di conoscere e di conoscersi: è seduzione della mente e dell'emozione. Si sviluppa infatti un suggestivo viaggio che parte in superficie da un'immagine, osservata e recepita nell'impatto percettivo di forme, segni e colori, proseguendo attraverso il filtro della penombra della coscienza, per farsi infine conoscenza e riaffiorare alla luce, costituendosi in nuova
rappresentazione, ritagliata dal labirinto di un'identità ancestrale. L'artista annulla in tal modo ogni distinzione tra mondo interno ed esterno, tra passato e presente, facendosi diaframma tra due dimensioni senza tempo, che si incontrano e si confondono di continuo.
L'oggetto antico rappresentato non è quindi riproduzione fotografica di un dato esterno, ossia
di un manufatto osservato magari in un museo o visto in un libro, ma è ritracciato come archetipo che geneticamente è già da sempre parte dell'artista: è cioè "reperto" allo specchio, nel senso letterale del termine "trovato" nei meandri profondi della propria coscienza, quale frammento di identità e di storia che smuove il mare recondito delle emozioni; e tale memoria storica, che è sacro, profano, che è vita, che è morte, che è paesaggio, ha il respiro di un territorio partecipato da una collettività, che è, che è stata, o che dovrebbe essere, comunità di tradizioni, di valori, di vissuto.

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