Giovanni CESCA

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GLI OGGETTI DELLA SARTORIA
di Roberto Costella

(nell'occasione della mostra tenuta presso: TEATROSTUDIO ALBERTO CARLO Pordenone)

 

Le cose… vivono a determinate condizioni: se le lasciamo sussistere accanto e insieme a noi senza
volerle assorbire; se congiungono le nostre vite a quelle degli altri; se, per loro tramite, ci apriamo
al mondo per farlo confluire in noi e ci riversiamo in esso per renderlo più sensato…; se rinunciamo
a privilegiare rapporti di esclusivo possesso, accaparramento e dominio sugli oggetti; se riusciamo
a riconoscere in ognuna di esse la natura di res singularis investita in quanto tale di intelligenza, di simboli e di affetti…
(Remo Bodei, La vita delle cose, 2009)

"Gli oggetti della sartoria" di Giovanni Cesca, disegnati dal 1997, appartengono al genere pittorico convenzionalmente definito natura morta (infelice traduzione di nature inanimée usata da Denis Diderot per Chardin); più corretto sarebbe definirli still-life (dall'olandese still-leven, codificato nel XVII secolo, poi tradotto in tedesco, still-leben, e appunto in inglese), cioè dotati di vita immobile e silenziosa perché, arcani e sospesi, in equilibrio tra passato e presente, sono forme evidenti ma diverse, estranee, ermetiche.
Tali immagini non derivano dalla pittura fiamminga che risulta troppo analitica e visiva o da quella di Arcimboldi troppo eccentrica ed eclettica, né da quella di Courbet troppo organica ed esteriore, di Cézanne troppo geometrica e solida o di Van Gogh troppo vibrante ed espressiva; neppure si ispirano ai dipinti di Matisse, Picasso o De Chirico eccessivamente sperimentali, antinaturalistici e concettuali, a quelli di Gnoli troppo semplificati e calligrafici, di Warhol troppo standardizzati e seriali o degli iperrealisti troppo freddi e inespressivi.
Piuttosto le raffigurazioni di Giovanni Cesca discendono metastoricamente da Caravaggio e Chardin, Redon e Morandi, dalla loro capacità di fissare l'identità non apparente ma sostanziante, di interpretare lo spirito latente, l'essenza arcana e misteriosa che anima le cose.
Gli oggetti ritrovati sono stati accuratamente studiati e dettagliatamente riprodotti, non quindi semplicemente illustrati o banalmente inventariati: riportati al centro dell'attenzione, sottratti all'oblio e alla dispersione, disegnati insieme e insieme esposti, riuniscono le presenze residuali dell'atelier del padre scomparso nel 1997. Ma bottoni, ganci, forbici e rocchetti della sartoria non costituiscono uno scenografico teatro delle cose, piuttosto una concreta realtà di vita, un microcosmo di tanti e identificati insiemi, composto da forme connotate contestuali ad un sistema, a una storia passata ma ancora viva.
Oggetti artificiali abbandonati, quindi sottratti al divenire naturale, destituiti dall'uso originario e scaduti dalla quotidianità, ma dotati di esistenza perché depositari dello spirito del padre; immagini interposte tra due generazioni famigliari, forme evocative, effigi ideali, ritratti in assenza ma anche paesaggi della memoria, luoghi dell'anima perché consacrati da una persona che tutto ha segnato e, di sé, ogni cosa ha impregnato. Dunque, il mondo della quotidianità paterna continuando a sussistere ha determinato l'epifania del padre: le immagini rivelate, appaiono vere nella configurazione visiva, soprattutto, tornano vive nell'identità spirituale; così gli oggetti rappresentati divengono soggetti presenti, cioè entità dotate di esistenza, investite di un ruolo documentale e testimoniale.
Eppure al di là del valore simbolico e della valenza evocativa, queste forme, nella loro singolarità o ravvicinata e seriale pluralità, manifestano anche una precisa rilevanza oggettuale e pregevolezza estetica: il misurato disordine, la calibrata eterogeneità, la mobile coralità sono il risultato di un divenire che ha trovato il definitivo e assoluto equilibrio nella sfera dell'arte, che ha cristallizzato il processo di consunzione del tempo materiale nell'istantaneità assoluta dell'immagine disegnata. Per chi osserva è un mondo magico, sublimato e apparentemente esclusivo, dove le luci si compongono alle ombre, i pieni ai vuoti, le verità ai misteri, il presente al passato, la vita alla morte.
Gli oggetti ritrovati, orfani del padre, affrancati e liberati dalla destinazione originaria, si mostrano a Cesca evocando la figura genitoriale, riportando ad un'età passata, a fatti vissuti, a un rapporto perduto. Risignificati, ricreati – cioè investiti di nuovo senso e quindi di nuova esistenza – con Cesca dialogano quale presenza concreta eletta dal padre Pietro; Giovanni, figlio e artista, risponde con il linguaggio grafico: non li dipinge – come da etimo – non li riduce a semplice immagine colorata o decorata, ma li disegna, cioè li definisce esattamente e li designa attraverso il segno-colore del pastello. La tecnica è lenta, il gesto meditato, la stesura accurata per tradurre l'emozione dell'anima nella forma tracciata dalla mano, per far emergere l'immagine ispirata dal profondo e fissarla sulla carta senza deformazioni o lacune.
All'osservatore l'intimismo delicato e vago, frutto di una deliberata sublimazione estetica, solo lentamente rivela e sommessamente dichiara; ma pur rispettando corpo, materialità e tonalità delle cose rappresentate, non risolve il mistero della loro vita e di una vita che non c'è più, che si è trasformata, trasferita, ma ancora aleggia tra gli oggetti della sua sartoria.

 

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