Giovanni CESCA

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GIOVANNI CESCA
di Rinaldo Frank-Burattin
1970

 

Due occhi intelligenti, pensosi, diluiti in una luce pacata, aliena da pigli aggressivi od irridenti, illuminano di vaga malinconia un viso glabro, asciutto, dietro il quale non si fatica ad intravedere una fiera energia creativa, benché dissimulata da un sorriso sfiorato dal chiaroscuro di un’illusoria quanto gradevole mestizia. Un volto non attuale, senza burbanza né sgarri né pacchianerie alla moda o all’insegna di quell’anticonformismo sempre più goffo che pone ai suoi cardini, le sue valenze primigenie nella zazzera a grillaia e nelle barbacce ad oltranza. Niente istrionismi o travestimenti da circo Togni inadatti, ormai, ad abbindolare financo i gonzi più inciucchiti di insipienza, quelli che non arretrano neppure di fronte a certi gaglioffi, a certi bischeri che non ti saprebbero schizzare un tondo neanche con il sussidio d’un culo di bicchiere…
Allievo di Saetti all’Accademia veneziana, Giovanni Cesca m’è piaciuto di primo acchito in virtù, appunto, di questo suo spontaneo andare a ritroso o controcorrente, s’intende non con il passo del misoneista, bensì sotto il più mero aspetto formale, di civile rapporto.
Benché di lui non abbia potuto conoscere che pochi elaborati ( e passatemi questa precaria definizione in chiave tecnologica, di schiumante sapore cibernetico e tuttavia, a pensarci bene, così attinente all’opera o alla formazione d’un giovane ch’è tuttora alle prese con il dato sperimentalistico insito, ovviamente, nell’ambito scolastico ), m’ha subito attratto il “plafond” di certi risultati ottenuti non tanto in virtù d’una sapienza, d’un magistero enucleato nel segno d’un virtuosismo fine a se stesso, quanto per il severo impegno morale racchiuso o, per così dire, all’abbrivio di certe sue patenti istanze poetiche più venate di implicazioni simboliche.
Anche per questo, il Surrealismo di Cesca non si sprigiona dalla mano – pur così pericolosamente provetta – d’un illusionista smanioso di perentori agguati all’insegna d’un apparato scenico sempre più denso di suggestioni effimere. Al contrario, l’evoluire di certe atmosfere affocate in una calda luce aurorale che sembra come apparentarsi o procedere in perfetta consorteria spirituale con il Brauner de “L’Offerta” o della “Pietra filosofale”, ci richiamano al concetto aristotelico dell’oggetto dell’arte, ossia “il possibile verosimile”: naturalmente, in una concezione-dimensione dal significato opposto del tutto rovesciato. Donde un’immaginazione fluttuante nei marosi d’una navigazione che, pur non ignorando certe letture, certi testi legati a una figurazione fantastica come quella prodotta dalla rivoluzione surrealista – da Magritte a Oelze, da Pierre Roy a Salvador Dalì o a Marcel Duchamp – soppura d’una sostanza propria, una sostanza non certo anodina che affonda le proprie ragioni più veraci in uno spazio psicologico inglobante un’emblematica, plastica e contemplativa a un tempo, che un rigorismo tosto, una vocazione all’ordine o a un irricusabile iter mentale preserva dall’alea d’una ebbrezza orgiastica. Benché prorompente, il sabba è soffocato da un nucleo esistenziale disciplinato da precise, severe proposte culturali e semantiche.

 

 

 

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